Maimòne
e mascara a gattu:
note orientalistiche sulle maschere del carnevale di Sarule (Nuoro)
Giuseppe Contu
Le mie ricerche universitarie possono essere ricondotte
principalmente a due grandi tematiche: "Il mondo arabo contemporaneo"
e "La Sardegna e gli Arabi". Sui rapporti tra Sardegna
e Mondo arabo-musulmano ho iniziato a raccogliere materiali soprattutto
dopo il mio trasferimento all’Università di Sassari
dall'Istituto Universitario Orientale di Napoli, avvenuto nel 1992.
In questo secondo ambito di ricerca ho mirato:
a) a raccogliere e rielaborare le notizie sulla
Sardegna presenti nelle fonti arabe medioevali;
b) a verificare se le notizie sulla Sardegna riportate
dalle fonti arabe confermassero le conclusioni cui sono pervenuti
altri studiosi della Sardegna o se nel Mondo arabo vi fossero testimonianze
che queste conclusioni avvalorassero.
In particolare sono stato interessato alla questione del luogo d'origine
dei Sardi e del problema del popolamento dell'Isola fin dalle epoche
più remote. Uno degli aspetti che ho esaminato nella mia
analisi è stato quello della verifica dell'esistenza di maschere
simili a quelle della Sardegna centrale nelle aree indicate come
luogo d'origine, d'insediamento e di transito della popolazione
sarda; ciò spiega perchè ho accettato l'invito da
parte del Sindaco e del Presidente della Pro Loco di Sarule, che
ancora ringrazio, a organizzare e a partecipare, insieme al Dott.
Giovanni Lupinu, al Convegno 'Origine e significato di maschere
della Sardegna Centrale' (Sarule 9.2.2003).
Le aree indicate dagli studiosi (linguisti, archeologi, storici
e genetisti) come luogo di provenienza o di transito dei Sardi sono
state:
A) Europa: in particolare Penisola Iberica, regione
reto- ligure e area etrusca (Penisola Italiana),
B) Africa del Nord,
C) Vicino Oriente,
D) Armenia e Caucaso.
Lasciando da parte l'Europa, richiamata da Giovanni
Lupinu (Università di Sassari) in relazione alla maschera
dei mamuthònes di Mamoiada, le connessioni con la Sardegna
delle altre aree si possono stabilire tenendo presente che la regione
armeno-caucasica è stata indicata dall'archeologo russo Zacharov
come luogo d'origine degli Shardana o Sherden, identificati da alcuni
studiosi con i Sardi, che il Vicino Oriente (in particolare l'Egitto
e la Palestina) è stato luogo di insediamento degli stessi
Shardana, che in Africa del Nord esisteva nel Medioevo una colonia
di Sardi stanziati nella località di Sardaniya, il cui primo
riferimento è stato da me rinvenuto in un'opera dello storico
al-Bakri (1040-1094), il quale scrive che a Sardaniya si sarebbe
fermato il musulmano sciita al-Mu'ìzz prima di muoversi alla
conquista dell'Egitto nel X secolo e di fondarvi la dinastia dei
Fatimidi, questo sito, corrispondente alla città di Sbikha
nell'attuale Tunisia, aveva lo stesso nome con cui gli autori arabi
medioevali denominavano la Sardegna.
Il Vicino Oriente e l'Africa del Nord, insieme
ad altri territori dell'Asia, dell'Africa e dell'Europa, caddero
nelle mani degli Arabi tra il VII e l'VIII secolo dC. La conquista
arabo-islamica di queste vaste aree produsse, secondo quanto affermato
dal Pirenne, una profonda lacerazione in quel tessuto comune di
civiltà che aveva accomunato i popoli del Mediterraneo all'epoca
dell'Impero Romano e successivamente con l'avvento del Cristianesimo.
Una nuova religione, l'Islam, ultima delle tre religioni monotestiche
nate nel solco di Abramo, e una nuova lingua, l'arabo, si imposero
in territori di antica civiltà, ma nuove religioni, nuove
lingue e nuove civiltà non riescono mai del tutto a far scomparire
espressioni vitali di precedenti esperienze spirituali, di abitudini
di vita e di costumi consolidatisi nel tempo.
Così in Africa del Nord la conquista araba
islamizzò ma non distrusse l'etnia berbera preesistente,
già sopravissuta alla precedenti conquiste dei Cartaginesi,
dei Romani e dei Bizantini. I Berberi sono indicati tra le popolazioni
che hanno avuto relazioni con i Sardi almeno in due epoche storiche:
tra il 1200 e il 1000 aC all'epoca dei cosidetti "Popoli del
Mare", in cui Sherden/Shardana e Libu o Libico-Berberi (la
principale etnia dell'Africa del Nord) sono nominati come alleati
insieme ad altri "Popoli del Mare", e successivamente
per la presenza di mercenari libici in Sardegna nel periodo di dominio
cartaginese. Nel V sec. dC i Vandali fecero venire in Sardegna gruppi
armati berberi, facendoli stanziare nei monti dell'Iglesiente, i
Mauri da cui deriva anche il sardo Maurreddos / Maurreddinos . In
epoca medioevale, secondo quanto riferisce lo storico arabo scomparso
nel XV secolo Ibn Khaldùn (1332-1406), i Berberi Botr della
tribù dei Nafzawa avevano alleati sardi cristiani che vivevano
nella località di Sardaniya, nominata precedentemente. Oltre
questa notizia Ibn Khaldùn riferisce, riprendendo forse un
antico mito, che i Berberi discendono da Golia e che la loro terra
d'origine è la Palestina, da dove, dopo la sconfitta di Golia,
si sarebbero mossi prima verso l'Egitto e, da lì cacciati,
successivamente verso il Nord Africa e le grandi isole del Mediterraneo
dove si sarebbero stabiliti; lo storico arabo sembra richiamare
epoche antiche e avvenimenti passati che videro uniti Libici e Sardi
e gli altri popoli del Mare nel Vicino Oriente. Abbiamo così
stabilito l'esistenza di un legame tra Sardi e Berberi e la segnalazione
di territori citati dagli studiosi come luogo d'origine o di passaggio
dei Sardi.
Ci interessa ora verificare se esistano in questi
territori maschere simili a quelle della Sardegna Centrale. Va innanzitutto
detto che la maschera zoomorfa, abbigliata in tutto o in parte con
pelli, teste o copricapi animali, è comune a molti territori
dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa. L'arte dell'Asia Centrale
e dell'India, ad esempio, ha lasciato nei secoli II aC/VII dC, come
rileva la Professoressa Chiara Silvi Antonini (Università
di Roma "La Sapienza"), testimonianze scultoree nei templi
delle tre religioni buddismo, sivaismo, dionisismo di figure demoniache
o del dio della morte con sembianze di cavalli, elefanti, buoi e
capri; diffusa è la maschera con sembianze caprine; alcuni
hanno individuato nei culti per il dio greco Dioniso e in particolare
nella simbologia della morte e della rinascita ad esso attribuita
l'influsso principale. Importante è rilevare che alcune raffigurazioni
presentano oltre che maschere animali anche ghirlande di tralci
di vite, di edera o di altre piante, a simboleggiare la continuità
della vita ovvero la rinascita della vita dopo la morte, non diversamente
da ciò che avviene in natura con l'arrivo della primavera
dopo l'inverno.
L'Hettinghausen, studioso di arte musulmana, ha
pubblicato tavole in cui sono riportate scimmie o figure danzanti
con maschere caprine, canine, ecc, entrate nelle raffigurazioni
del Mondo islamico, provenendo dall'area persiana e dall'Armenia,
all'epoca del dominio dei Fatimidi in Egitto (X-XII secolo); anche
tra i Berberi dell'Atlante ricorre una sorta di mascherata in cui
compare la maschera caprina Bushut. Bushut è accompagnato
da tre suoi amici, maschere che rappresentano reciprocamente: lo
straniero (coperto di pelli), la donna e il negro, questo ultimo
ha la faccia imbrattata di fuliggine, non diversamente dagli intintos
('dipinti' di nero) dei carnevali sardi. Bushut -caprone viene tradito
e addomesticato dai suoi ex-amici ed è costretto a fare per
loro lavori pesanti, come trasportare pietre o fungere da mantice
per due fabbri, messinscena non molto lontana , ad esempio, da quella
che caratterizza i Thurpos ('ciechi') di Orotelli (Nuoro) durante
il Carnevale. Nei territori richiamati dagli studiosi in relazione
ai Sardi ( regione armeno-caucasica, Vicino Oriente, soprattutto
Egitto e Palestina, Africa del Nord) sono stati, inoltre, registrati
rituali relativi ai culti e misteri legati al contrasto vita-morte,
morte-rinascita, simboleggiati dal contrasto acqua-siccità,
rigoglio della natura-morte della vegetazione.
Questi contesti ho tenuto presenti per collocare
anche le maschere del carnevale sarulese su un piano geografico
e su un piano storico. Già significativo è il fatto
che la parola maimòne, o mediata da altre lingue o giunta
in Sardegna per via diretta, sia una parola d'origine araba. Sotto
la radice YAMANA 'essere fortunato, avere fortuna', da cui deriva
anche Yemen e la parola yamìn 'destra, mano destra' è
classificato maymùn che ha un doppio significato: a) 'fortunato,
benedetto; di buon auspicio, favorevole, propizio, fausto', b) 'babbuino,
mandrillo' e più genericamente 'scimmia', come in persiano.
(Riprenderemo questi significati successivamente). Descrivendo l'ambito
in cui in Sardegna compare il maimòne (maimònes al
plurale), il Prof. Giulio Paulis (Università di Cagliari),
che cita simili cerimonie anche in Germania, Armenia, Caucaso, Anatolia,
Africa del Nord, riferisce che a Ghilarza, già a partire
dalla fine del secolo scorso, lo studioso Ferraro nel 1892 registrò
una specie di processione che si svolgeva nel Paese per propiziare
la pioggia, costume che doveva essere diffuso in un'isola soggetta
a frequenti periodi di siccità; il Ferraro descrive che a
Ghilarza i ragazzi facevano una barella/lettiga con ferula e altri
rami, la ricoprivano di erba fresca e cantavano in processione:
'Maimòne maimòne, abba chere su laore, abba chere
su siccau, Maimòne laudau', non dissimile dalla filastrocca
sarulese: 'Lori-Lori lu moimmus, Maimòne issentiu mannu,
si non cioghede okannu mazzunka d'isperdimmus' = 'Lori-Lori lo muoviamo,
Maimone grande insensato, se non piove quest'anno sicuramente ti
distruggeremo'.
(Può essere suggestivo che sia l'arabo che
il berbero hanno il termine LOR = Lira, strumento musicale: LLIR
in berbero si usa per 'il battere delle mani' che accompagnano canti
e danze). Il tipo di rituale pagano contro la siccità presente
a Ghilarza era comune in molti Paesi della Media Valle del Tirso
e veniva fatto per esorcizzare i periodi di penuria e per propiziare
la pioggia. In alcuni paesi il maimòne, chiamato anche maumòne
o lau-lau, lei-lei (corrispondente a koligoli del paese di Olzai,
dall'espressione infustu kolagola = iffustu thiri-thiri del sarulese
= 'bagnato fradicioÕ), ai quali accosto anche il sarulese
lori-lori, assumeva la forma di pupazzo o di stracci o di stracci
e frasche verdi di pervinca (proinca, in sardo); in genere la cerimonia
si concludeva con l'aspersione del maimòne con l'acqua e
successivamente lo si buttava, a seconda dei paesi, in un immondezaio,
in qualche vasca o in qualche ruscello. Oltre che in questo rituale
il nome di Maimòne nella Sardegna centrale usato per una
maschera tipica di Carnevale, che il Dott. Piquereddu, attuale Direttore
dell'Etnografico di Nuoro, descrive come lignea, un tempo, e ora
sostituita o con veli neri o con la fuliggine del sughero bruciato
che colora di nero il volto; a completamento dell'abbigliamento
venivano utilizzate pelli di montone o altre pelli. In Ogliastra
maimòne è il pupazzo tipico di carnevale. Orrù
in un articolo del 1980 riferisce che a Sarule il maimòne
è personificazione del Carnevale.
Il prof. Paulis ricorda che in Ogliastra così
come il Maimòne/i personificazione del Carnevale, esiste
anche una personificazione del Martedì grasso e cioè
Martiperra da Martis = 'martedì' e Perra dallo spagnolo emperrarse
= 'adirarsi, irritarsi' che era concepito come un gatto malevolo
che assume proporzioni gigantesche per punire chi osa lavorare in
quel giorno. Il maimòne, maumòne, mammòne (termini
ai quali possiamo forse aggiungere il sarulese mammiòne,
come nella espressione: est assentau ke unu santu mammiòne
= 'rimane li impalato, immobile come un santo spaventapasseri')
è un gatto spaventevole che si usa come spauracchio per i
bambini e che richiama il 'gatto mammone' della Penisola italiana,
ad esso è stato accostato il gatto meùrru e ad esso
è forse accostabile sa marrùda del dialetto sarulese
(l'argomento meriterebbe una ricerca a parte). In Ogliastra, in
particolare a Tertenia, Ulassai e Ussassai, dove il Martedì
grasso è personificato da Martiperra e il maimòni
è un fantoccio fatto con stracci e pelli di gatto e con una
testa dai tratti del gatto, si può dire che il simbolo del
carnevale è un gatto-mammone; in base a questi elementi gatto
e maimòne possono essere identificabili o interscambiabili.
Torniamo ora al significato arabo della parola
maimòne che, come abbiamo detto, oltre a quello di 'benedetto,
fausto, di buon auspicio' (il buon auspicio che sembrano chiedere
i ragazzi che portano in giro una lettiga di rami e frasche verdi
nel rituale per scacciare la siccità), significa anche 'mandrillo,
babbuino' e anche 'scimmia'. Tradizionalmente la scimmia e l'orso
ammaestrati venivano presentati dai giocolieri nelle piazze dei
centri abitati fin dalle epoche più antiche, così
come vediamo anche nelle tavole riportate dall'Hettinghausen; le
movenze della scimmia ammaestrata e danzante richiamavano quelle
dei gatti e perciò, osserva il Prof. Paulis portando testimonianza
della attestazione di questo significato in Sardegna, la scimmia
stessa venne denominata 'gattomammone'. Nei carnevali sardi è
comune vedere maschere che mimano le movenze degli animali ammaestrati
come il gattomammone o l'orso, come ad esempio l'urthu di Fonni;
a Sarule c'è chi ricorda che nella prima metà del
XX secolo, oltre a maschere mimanti animali del mondo agropastorale,
durante il carnevale venivano portati a spasso dentro gabbie animali
come gatti, galline e in qualche caso anche volpi, destinati ad
essere sepolti vivi, sorte dalla quale in genere si salvavano schizzando
via dalla buca in cui erano stati cacciati.
Il rituale contro la siccità e la maschera
di carnevale in cui compare il maimòne , o il gattomammone,
o la mascara a gattu-maimòne, affonda la sua origine nei
culti dell'antico Egitto, modificati in epoca grecoromana: il dio
Toth che, come scrive il Paulis, "nell'antico regno era venerato
come guardiano o prottettore della luna, fu identificato con la
luna stessa" e il babbuino, animale a lui sacro, fu posto in
relazione con questo astro. Nel Pantheon egiziano anche Hapi, uno
dei quattro figli di Horus, personificato con la piena del Nilo
e poi con il Nilo stesso, ha la forma di babbuino. Gli Egiziani
rappresentavano il sorgere della luna con un babbuino in piedi rivolto
verso il cielo come se pregasse; questa raffigurazione portò
alla diffusione presso gli autori greci e romani della teoria secondo
cui le scimmie erano conoscitrici degli astri. A parte questa credenza
esiste presso gli Egizi anche la costellazione del babbuino che
sorge con il terzo grado del segno zodiacale dell'ariete: questo
periodo dell'anno (mesi di marzo-aprile) è assimilato al
passaggio dall'inverno alla primavera e in particolare alla comparsa
di piogge, di vento e di tempeste. Prende quindi corpo l'idea che
per gli antichi il babbuino fosse assimilabile al cambiamento di
stagione, segnasse la fine dell'inverno (=morte) e l'avvio della
primavera (= rinascita e vita), fosse artefice fecondo della nuova
vita, ma allo stesso tempo temibile e pauroso, come le tempeste
che si scatenano tra marzo e aprile: da ciò derivano rituali
che ne invocano la venuta non solo nei periodi di siccità,
ma anche in un periodo fisso dell'anno, coincidente con l'arrivo
della primavera e corrispondente poi con il cristianesimo con il
periodo di Pasqua. Sarebbe qui interessante introdurre una parentesi
su come mai a Sarule il martedì dopo Pasqua si celebri S.
Lukia, che spesso riserva pioggia e alluvioni non diversamente dall'antica
'Lughia rayosa' ('Lucia arrabbiosa' = 'Grande Madre' dispensatrice
di grazie quando portava l'acqua e devastatrice quando portava tempesta),
ma il tempo che abbiamo a disposizione ci obbliga a rinviare di
trattare questo argomento.
Verosimilmente le cognizioni dei riti dell'antico
Egitto, anche trascurando gli Sherden, la loro identificazione con
i Sardi e i loro rapporti con l'antico Egitto, erano presenti in
Sardegna fin dall'epoca dei Fenici (giunti nell'isola nel 1000 circa
aC), quando si registra la produzione di oggetti egizianeggianti,
come ad esempio a Tharros, e si sono innestate nei riti delle acque
dei Sardi antichi. L'avvento del cristianesimo implicò innovazioni
negli antichi riti tanto è che forme di croce si ritrovano
nei maimòni di rami e frasche. Il nome arabo può essere
stato adottato a sottolineare le connotazioni negative del babbuino
o della scimmia (simbolo nel cristianesimo medioevale del diavolo,
anzi maimòne è chiamato il capo dei diavoli in un
antico testo siciliano): ciò per inciso spiega le idee che
in Occidente si nutrivano nei confronti degli Arabi e dei musulmani
antagonisti storici dell'Europa e del Cristianesimo. Il termine
maimòne compare, secondo una segnalazione del Prof. Paulis,
anche in due toponimi sardi che hanno il nome di 'Punta Maimoni'
e in una fontana ('sa vuntana 'e su maimoni'); il geografo arabo
Yaqùt (1179-1229) riferisce che portano il nome di Maymùn
due fiumi, due villaggi vicino a al-Fustàt (Il Cairo) e un
pozzo della Mecca.
Ritornando a Sarule, sulla base degli elementi
che abbiamo precedentemente esaminato possiamo fare qualche considerazione
conclusiva: la maschera di Sarule si presenta hic et nunc (qui e
ora) con la doppia veste di mascara a gattu e di maimòne
; Sarule è un paese che si caratterizza per il suo forte
conservatorismo, in alcuni suoi tratti, e per la sua capacità
di innovazione e modernizzazione in altri, come ho già rilevato
in qualche mio precedente articolo. Cito alcuni fatti che sono sotto
gli occhi di tutti: la sostituzione degli arredi e delle cassapanche
di legno massiccio nelle abitazioni e l'adozione dei mobili in formica
negli anni 1960, l'abbandono ormai generalizzato della gonna lunga
(vardetta) e l'adozione della gonna corta, ora sostiuita dai pantaloni
anche nell'abbigliamento femminile e nel dialetto sarulese l'uso
di italianismi al posto dei termini sardi (es. 'vasca' al posto
di bratza), la sostituzione di termini come pètza = 'carne'
al posto di pètha ecc.
La maschera ha subito come molte altre cose la
sua evoluzione e la forma attuale (molto elegante se confrontata
alle altre maschere zoomorfe del Centro Sardegna) può essere
considerata il punto di partenza per andare a ricostruire a ritroso
le forme più antiche; da questo punto di vista dovremo fare
non diversamente da come procedono i glottologi che partendo da
una parola dell'epoca contemporanea risalgono alla forma che essa
ha assunto nei tempi passati fino a ricostruire la sua forma originaria.
Sulla base delle testimonianze raccolte a Sarule (che speriamo in
futuro di poter arricchire di nuovi dati se magari l'Amministrazione
Comunale, le Scuole, la Pro Loco e le altre Associazioni, organizzano
un progetto di ricerca tendente a ricostruire non solo la storia
e l'evoluzione delle maschere, ma la storia tout court della comunità
di Sarule), uno dei pochi passaggi che riusciamo a ricostruire è
la presenza nel carnevale del XX secolo di una mascara a gattu non
molto dissimile dall'attuale, ma in cui i copricapi erano bianchi
(lino, cotone, organza): in origine forse esisteva una maschera
con pelli e tratti del gatto; il maimòne invece era un pupazzo,
messo su un asino al quale veniva fissato, abbigliato con pantalones
a s'isporta (pantaloni 'da cavallerizzo'), imbottiti di stracci,
cambales 'gambali', cosinzos 'scarponi', la cui parte centrale era
una damigiana nascosta da altri stracci o da un ampio camicione
e/o ricoperta dal sakku (mantello di orbace grezzo con capuccio);
la damigiana veniva riempita di vino (negli ultimi tempi anche con
altri liquori) dalla testa del pupazzo e svuotata dal cavallo del
pupazzo stesso, tramite una pompa per servire bicchieri colmi di
vino a chi partecipava alla festa (un maimòne simile a quello
di Sarule, ma su una lettiga, è portato a spasso dal gruppo
delle mascaras nettas di Lodè); un'altra forma di maimòne
era un pupazzo fatto di fichi d'India, detto perciò, come
ricordano anziani di Sarule, anche Juvanne Morisca ('Giovanni fico
d'India') o Maria Cristina: l'attuale maimòne risente dell'influsso
di questi precedenti maimònes, avendone conservato la maschera
fatta con la foglia di fico d'India (simile a quella usata dal maimòne
di Oniferi).
A Sarule si conserva l'usanza di confezionare,
in occasione dei matrimoni, un piatto, detto ciattu 'e brulla ('piatto
dello scherzo'), in cui sotto un panno si nascondono verdure di
varia foggia o altri oggetti, simboli dell'apparato sessuale maschile,
accompagnati in una sorta di rumorosa sfilata danzante accompagnata
dallo strepito prodotto dallo sbattere di pentole e stoviglie: il
contenuto del piatto viene esibito di fronte agli sposi e ai convitati
che vi versano una mancia per i partecipanti (in genere coloro che
aiutano a cucinare e a servire, in occasione del banchetto nuziale):
il significato è quello beneagurante di vita felice e di
prole numerosa per gli sposi. I maimònes di fichi d'India,
non diversamente da su ciattu 'e brulla che sembra serbare il ricordo
scherzoso di antiche falloforie fatte per propiziare la fertilità,
sono forse segnale della memoria di quell'antico rituale per scongiurare
la siccità di cui abbiamo parlato più sopra e in cui
forse era presente anche a Sarule, come in altri paesi sardi, la
pervinca o proinca che nel paese era ancora usata, fino agli 1950-60,
per inghirlandare (mudare) il giogo dei buoi in occasione della
festa di S.Isidoro (Santu Sadoru, in sardo, nome che corrisponde
a quello di Saturno) e che si usa ancora stendere per il passaggio
del Santissimo in occasione della processione del Corpus Domini:
la proinca sempreverde era il simbolo della preghiera per sollecitare
l'intervento divino per l'annata buona, per vincere la siccità
e per favorire il rigoglio della natura.
In conclusione l'idea della storia della maschera
di Sarule può essere la seguente: in origine esiste una cerimonia
di propiziazione della pioggia, ovvero della fertilità della
terra estesa alla fertilità della donna (ricordando che anche
in Sardegna come in molte aree del mondo antico era presente il
culto della dea madre), in questa cerimonia si sono innestate con
il tempo i simboli della fertilità, come proinca o vegetazione
sempreverde o i simboli animali della fertilità babbuino
o gatto (felino particolarmente prediletto nell'Egitto dei Faraoni),
animali legati ad astri all'apparire dei quali si assiste al passaggio
anche brusco di stagione; con l'avvento del cristianesimo questi
antichi rituali pagani vengono racchiusi nel carnevale che precede
la quaresima e i loro simboli in maschere, quasi animali imprigionati
in un recinto in cui sembrano mantenersi in vita grazie al foraggio
di vegetazione sempreverde. Nello stesso carnevale parimenti è
da presupporre che una evoluzione ci sia stata: il simbolo vegetale
può essere diventato un pupazzo di carnevale (come Juvanne
Morisca) e contemporaneamente una maschera coperta di pelli ( gatto
o montone), dividendosi così in maimòne , che rimane
quindi legato ai riti più antichi, e mascara a gattu ; qui
si sono probabilmente innestati anche gli esercizi e le esibizioni
degli animali ammaestrati dai giocolieri, non più presenti
nelle piazze sarde, e si sono fissati nelle movenze e nelle danze
delle maschere zoomorfe di Sarule e della Sardegna centrale; successivamente
la mascara a gattu ha assunto la forma elegante che ha attualmente
e che non sfigurerebbe in una sfilata di alta moda. Anche il maimòne
da pupazzo si è evoluto nella maschera attuale, in cui ritroviamo
elementi dell'abbigliamento dei pastori del 1900 (cappotto di orbace,
abito di velluto, gambali e scarponi): del vecchio pupazzo resta
la maschera di fico d'India che risulta assai soffocante, a detta
di chi la indossa ; un altro simbolo del maimòne del XX secolo
è la botticella di vino da offrire a chi partecipa al carnevale
trascinata su un carretto di legno.
Andare indietro nel tempo alla ricerca delle antiche
maschere di Sarule (ad esempio, manca ancora la riesumazione della
vecchia maschera merdùle - lett. 'intestino') se può
consentire magari di provare che gattu e maimòne erano in
origine la stessa cosa, sicuramente sarà un percorso alla
fine del quale la gente di Sarule avrà ritrovato parte delle
sue radici e ricostruito parte della propria storia.
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in Quaderni di Semantica, XII, 1, 1991: 53-79;
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Ed. Gnoli, G. e Lanciotti, L.), ISMEO, Roma 1988: 1329-1352 + tavole.
COPYRIGHT GIUSEPPE CONTU
Giuseppe Contu, nato a Sarule il 12.10.1947, si
è laureato nel 1974 in Lingue e Civiltà Orientali
all'Istituto Universitario Orientale di Napoli (voto 110/110), ottenendovi
nello stesso anno un assegno biennale di studio, riconfermato per
otto anni consecutivi. Nel 1982 è diventato Ricercatore Universitario
confermato. Nel 1988 ha vinto il concorso di Professore Universitario
Associato ed è stato chiamato a coprire l'insegnamento di
Diritto Musulmano nell'Istituto Universitario Orientale di Napoli.
Nel 1992 si è trasferito all'Università di Sassari,
dove insegna Lingua e Letteratura Araba nella Facoltà di
Lingue e Letterature Straniere. Ha insegnato anche nella Facoltà
di Scienze Politiche e in quella di Lingue dell'Università
di Cagliari negli anni 1994-2000. Nelle sue ricerche si occupa di
storia del mondo arabo contemporaneo e dei rapporti tra Sardegna
e Mondo arabo.
Un curriculum più dettagliato, con i titoli delle ultime
pubblicazioni, si trova al sito
http:// www.uniss.it/anagrafe della ricerca |