Origine e significato
della maschera dei mamutthònes di Mamoiada
Giovanni Lupinu
La parola mamutthòne è stata studiata
da Max Leopold Wagner, il padre della linguistica sarda, e, in modo
più approfondito, da Giulio Paulis (naturalmente si fa riferimento
soltanto a lavori scientifici: non mancano, infatti, ipotesi più
o meno dilettantesche che si basano unicamente su somiglianze di
suono, come, ad es., quella di Pietro Casu, che ricollegava il nostro
vocabolo a mammut): mamutthòne, mamuttòne, mamuttsòne,
mamussòne, malmuntòne etc. (a seconda dei dialetti)
è registrato nei dizionari col significato di “spauracchio,
fantoccio” (nei campi e negli orti per spaventare gli uccelli),
anche “spauracchio dei bambini” e “maschera particolare
del carnevale di Mamoiada”. «Questa parola si spiega
come una delle tante formazioni infantili (analoghe a quelle per
‘papà’, ‘mamma’, ecc.), basate sulle
sillabe pa , ba , ma , frequentemente raddoppiate e terminanti con
una vocale finale di timbro scuro, che s’incontrano nelle
lingue più disparate per designare lo spauracchio dei bambini»
(G. Paulis): mamu si ritrova in basco col significato di “grosso
insetto”, oppure anche “spauracchio, spaventapasseri,
mostro, fantasma” e ancora “persona mascherata”.
In basco esiste anche un’altra forma mamutš (un diminutivo),
più simile al nostro mamutthòne, che significa “piccolo
insetto”. È possibile, infine, che la base mamu sia
presente anche in Mamuyáda, il nome sardo di Mamoiada.
Le informazioni linguistiche appena fornite, in
ogni caso, non aiutano a percorrere molta strada in relazione alla
problematica che qui si affronta: servono solo a dimostrare che
il vocabolo mamutthòne ha origine molto antica, quasi certamente
preromana. Del resto, bisogna tenere presente anche un altro fatto
di carattere generale che fu messo in risalto da un grande linguista,
Vittorio Bertoldi, e fu tenuto a mente dal Wagner nei suoi studi
sul sardo e sulla Sardegna: nel corso dei secoli accade che antichi
costumi, credenze, leggende si tramandino, cambiando però
il loro nome. La sostanza resiste, muta l’etichetta linguistica.
In altri termini, occorre sempre rammentare che l’antichità
o meno di una parola non è necessariamente prova dell’antichità
dei fatti da essa rappresentati.
Un altro elemento che merita di essere posto in
risalto è che noi uomini abbiamo la tendenza a dare un significato
a tutte le cose che ci circondano, anche quando queste sono antiche
e in passato possedevano significati differenti che col tempo si
sono sbiaditi o si sono persi del tutto. Sono fatti che i linguisti
conoscono assai bene e che si vedono all’opera, per es., nei
meccanismi della cosiddetta “etimologia popolare”: la
gente comune non rinuncia a comprendere il significato e la struttura
delle parole, specialmente di quelle meno trasparenti e anzi più
complesse, e così facendo ne altera la forma accostandola
a quella di vocaboli più familiari. Ecco un es.: nel toscano
incolto il pl. di omosessuale è ominisessuali. Questo “errore”
si verifica perché il prefisso omo (dal greco: significa
“uguale”) è stato erroneamente ricondotto a omo,
omini “uomo, uomini”. Fatti come questo rivelano un
nostro modo di operare che è assai diffuso, anzi tipico:
tendiamo ad accettare solo ciò a cui riusciamo a dare un
significato.
Come si lega questo discorso al nostro tema? Sull’origine
e sul significato della maschera dei mamutthònes sono state
prospettate numerosissime ipotesi, alcune delle quali sono, francamente,
fantasiose. Qui non possono essere esaminate tutte (né è
questo il nostro scopo), ma facciamo un’eccezione per una
di esse. Nel 1951 Raffaello Marchi pubblicava un importante saggio,
intitolato Le maschere barbaricine, nel quale provava anche, fra
le altre cose, a suggerire alcune ipotesi sul significato originario
della sfilata dei mamutthònes: una di queste è che
la mascherata possa ricordare un avvenimento storico locale, più
precisamente una vittoria dei pastori barbaricini, rappresentati
dagli issoçadòres, sui mori invasori, impersonati
dai mamutthònes, portati prigionieri in corteo (tutto questo
sarebbe avvenuto, forse, nel IX sec.).
Anche in Ungheria, come in numerose altre regioni
d’Italia e d’Europa, esiste una maschera carnevalesca
(busó) che presenta diverse analogie coi nostri mamutthònes
(si può leggere, al riguardo, un articolo di Z. Furedi apparso
sul numero 8 del 2000 di “Sardegna Mediterranea”). A
Mohács, località nel sud dell’Ungheria, i busó
escono gli ultimi tre giorni di carnevale: indossano una maschera
di legno con delle corna, sono ricoperti di pelli di montone, hanno
una mazza o un nerbo per percuotere, portano in vita una cintura
con dei campanacci e, per far rumore, oltre ai campanacci hanno
una raganella (diamo risalto soltanto a quei particolari del loro
travestimento che in questa sede ci paiono più notevoli).
Il rumore che producono – questo è il fatto interessante
– è messo in relazione non solo col rito di sotterrare
l’inverno (questa è la spiegazione che Furedi preferisce),
ma anche con un avvenimento storico, la cacciata dei turchi, avvenuta
negli anni Ottanta del ‘600: secondo questa interpretazione,
gli ungheresi avrebbero scacciato i turchi travestendosi da demoni
spaventosi e, dal travestimento impiegato in tale occasione, deriverebbe
appunto la maschera busó. In questo caso non è stato
difficile comprendere che si tratta di un’interpretazione
secondaria che il popolo ha dato di quelle maschere, di cui col
tempo si era perduto il significato originario.
Episodi come quello appena ricordato mettono in guardia dal pensare,
come alcuni vorrebbero, che le figure dei mamutthònes e degli
isso'adòres possano in qualche modo serbare memoria di avvenimenti
storici, quali la cacciata dei mori o altro ancora. Simili ipotesi,
infatti, valgono tutt’al più come interpretazioni popolari
affermatesi quando il significato originario della maschera dei
mamutthònes si era ormai perduto, per quel bisogno di dare
un significato alle cose che ci circondano di cui si discuteva in
precedenza. Insomma: si tratta di incrostazioni recenti. Del resto,
mori e turchi sono spesso chiamati in causa nelle leggende sarde,
come si può osservare facilmente dando un’occhiata,
ad es., alle Leggende e tradizioni di Sardegna raccolte da Gino
Bottiglioni nel 1922.
Un fatto è certo: quando si ha a che fare
con figure come quelle dei mamutthònes, che paiono risalire
molto indietro nel tempo, si deve scavare per provare a rintracciare
quello che doveva essere il loro significato originario. È
per questo motivo, fra l’altro, che facciamo riferimento ai
lavori più vecchi (degli anni Cinquanta del secolo scorso)
che descrivono la processione delle maschere di Mamoiada: l’apparato
esteriore è cambiato nel corso del tempo, specialmente negli
ultimi anni.
Qualche tempo fa abbiamo tentato di stabilire un
confronto fra i salii, componenti di un collegio sacerdotale dell’antica
Roma, presente però anche in altri centri dell’Italia
antica, e i mamutthònes sardi. I salii, nell’Urbe,
erano una confraternita antichissima organizzata in due gruppi di
dodici membri ciascuno (si noti il numero, 12: anche i mamutthònes
sono indicati, almeno dai primi studi, in numero di dodici). I salii
erano protagonisti di cicli cerimoniali in onore di Marte che si
svolgevano nei mesi di marzo, sacro al dio, e di ottobre (detto
per inciso: Marte era, secondo diversi studiosi, una divinità
legata non soltanto alla guerra, ma anche all’agricoltura).
Tali cerimonie consistevano, essenzialmente, in processioni che
toccavano diversi luoghi sacri della città; alla sera, i
cortei si interrompevano per dar vita a banchetti sontuosi. Durante
le processioni lungo le vie di Roma, i sacerdoti facevano sfilare
dodici scudi sacri (ancilia) di cui erano custodi, percotendoli
con dei bastoni; cantavano degli inni molto antichi ed eseguivano
particolari danze a saltelli. Queste ultime caratterizzavano a tal
punto il collegio sacerdotale e le sue processioni da dargli il
nome: salii, infatti, deriva da salire «saltare». Le
danze si svolgevano secondo un ritmo ternario (tripudium), e le
varie figure erano chiamate da un maestro delle danze (praesul)
che stava davanti al gruppo: il tempo era scandito, oltreché
dal battito dei piedi e dal canto, dai colpi dati col bastone sugli
scudi che, pertanto, erano impiegati anche come strumenti musicali.
Possiamo domandarci ora quale fosse il significato
e il valore delle danze dei salii. Esisteva un racconto secondo
il quale, durante il regno di Numa Pompilio (il secondo re di Roma),
era caduto dal cielo uno scudo: per evitare che questo prezioso
dono divino giungesse in mani sbagliate, Numa Pompilio aveva ordinato
a un fabbro, di nome Mamurio Veturio, di realizzare altri undici
scudi perfettamente uguali al primo, compito che fu assolto brillantemente
dall’artigiano. Erano questi, secondo la narrazione tradizionale,
gli scudi che i sacerdoti salii portavano in processione per le
vie di Roma.
Esiste però un’altra versione del racconto, più
ricca di dettagli: i Romani si erano irati contro il fabbro che
aveva realizzato gli undici scudi copie dell’originale caduto
dal cielo, poiché ritenevano che per colpa di tale gesto
sacrilego (perché, infatti, far delle copie di un oggetto
sacro?) si fossero abbattute delle disgrazie sulla città.
Pertanto, il fabbro Mamurio Veturio era stato scacciato da Roma.
Ogni anno, il 15 di marzo, una sorta di recita sacra ricordava questo
episodio: un uomo avvolto in pelli di capra era portato in processione
dalla folla e percosso con delle verghe.
Il significato di questa pantomima sacra sembra
chiaro: la cacciata di Mamurio Veturio a marzo (il primo mese dell’antico
anno romano), al nascere della primavera quando la natura riprende
la vita dopo la morte dell’inverno, simboleggia il bando dell’antico
dio della vegetazione per consentire al nuovo raccolto di crescere
rigoglioso. Mamurio Veturio rappresenta, dunque, un essere in cui
si concentrano le malattie e le impurità, immaginate come
spiriti malvagi, che si sono accumulate sulla comunità durante
l’anno appena trascorso: se si voleva avere un buon raccolto,
bisognava scacciare quell’essere impuro. Esistono numerosi
paralleli antichi e moderni a questo rituale: qui, però,
è sufficiente evidenziare che si tratta di un cerimoniale
agrario, che aveva lo scopo di propiziare la fertilità.
Detto tutto questo, riesce anche più facile cogliere il significato
delle processioni dei salii di cui abbiamo già discusso.
Secondo un celebre studioso, il Frazer, esse avevano come scopo
quello di stanare e allontanare i demoni accumulatisi nella città
durante l’anno appena trascorso, specialmente quelli della
ruggine del grano e dell’infecondità, altrimenti essi
avrebbero impedito la crescita delle messi. I salii battevano i
loro scudi per atterrire e allontanare quei demoni (la stessa cosa,
dunque, che accadeva nel rituale della cacciata di Mamurio Veturio):
soprattutto, si voleva scacciare lo spirito della vegetazione dell’anno
trascorso, giacché in tal modo si faceva posto allo spirito
del nuovo anno, giovane, forte e vigoroso. Si potrebbe anche pensare
che i salti dei salii facessero prevedere ai contadini l’altezza
che le spighe avrebbero raggiunto nel successivo raccolto, in forza
della cosiddetta magia omeopatica o imitativa, il cui principio
fondamentale è che un certo risultato possa essere raggiunto
semplicemente imitandolo.
Veniamo ora ai nostri mamutthònes, le maschere
che escono ogni anno il 17 di gennaio e segnano con la loro processione
l’inizio del carnevale. C’è un primo elemento
che subito salta all’occhio: i mamutthònes sono spaventosi,
come dimostra, oltre ogni dubbio, il fatto che la stessa parola
significa anche “spaventapasseri, spauracchio dei bambini”.
Ciò è dovuto, in primo luogo, al loro abbigliamento,
soprattutto la mastruca nera di pelle di pecora indossata al rovescio,
col pelo rivolto verso l’interno, i campanacci e la maschera
nera di legno sul viso. Bisogna ancora porre in risalto che dodici
mamutthònes (questo, almeno, è il numero tradizionale
delle maschere, un tempo impersonate soprattutto da anziani) sfilano
procedendo in una marcia nella quale si individuano tre movimenti
principali (avanzamento del piede sinistro, cui corrisponde un colpo
di spalla a destra; avanzamento del piede destro, cui corrisponde
un colpo di spalla a sinistra; ogni tanto, dopo un certo numero
di passi, le maschere fanno tre rapidi salti su se stesse: a ognuno
dei movimenti descritti corrisponde il suono alto della sonagliera).
Alle processioni partecipano inoltre gli isso'adòres (per
lo più dei giovani), che devono il loro nome alla fune (sò'a)
che impiegano nelle sfilate per catturare gli spettatori: qualche
autore riferisce anche che chiedono, o chiedevano in passato, un
riscatto, in genere del vino, per la liberazione. Gli isso'adòres,
che nel corteo accerchiano i mamutthònes, sono vestiti con
colori più vivaci rispetto a questi ultimi (in particolare
indossano, al rovescio, un corpetto rosso), non portano maschera
sul viso né campanacci sulle spalle e, sempre a differenza
dei mamutthònes che stanno in silenzio, parlano e scherzano
con la folla.
Si può ipotizzare, giunti a questo punto,
che anche dietro la maschera dei mamutthònes vi sia il ricordo
di una cultura agro pastorale molto antica, che oggi non può
essere più compresa e si trova confinata nel carnevale cristiano,
naturalmente con tutte le incrostazioni che il passare del tempo
ha imposto: le maschere di Mamoiada paiono infatti rappresentare,
come in passato è stato già in parte ipotizzato da
altri studiosi (fra i quali il Toschi e l’Alziator), dei demoni
che l’antica comunità agraria voleva allontanare per
propiziare la buona crescita delle messi. Esse raffigurano, in altre
parole, ciò che Mamurio Veturio simboleggia nel rituale degli
antichi Romani ricordato in precedenza, vale a dire l’anno
vecchio, con tutte le sue impurità. La differenza è
che i presso i Romani l’anno è rappresentato sinteticamente
con un unico essere, mentre nell’antico rituale conservato
in qualche misura nella sfilata dei mamutthònes esso è
simboleggiato analiticamente (dodici sono i mamutthònes come
le lunazioni, i mesi). Il contrasto fra i mamutthònes vecchi
e silenziosi e gli isso'adòres giovani e vocianti rappresenta
proprio il concetto di cui si discuteva, ossia la morte e la rinascita
della vegetazione. Esistono, già lo si accennava, molti paralleli
di analoghi cerimoniali di “cacciata della Morte”, per
es. nel mondo slavo. Ritornando, però, al confronto coi sacerdoti
salii dell’antica Roma, colpisce il modo in cui sono allontanati
gli spiriti dell’infecondità: essi, infatti, vengono
atterriti col rumore provocato a intervalli regolari dal ritmo della
processione danzata, in un caso percuotendo degli scudi, nell’altro
con dei campanacci (l’uso di campanacci e campanelli per allontanare
o annullare influenze maligne è cosa ben nota).
Altri elementi che sembrano confermare questa interpretazione sono
i seguenti:
1) l’uso di portare spaventose maschere di
legno sul viso per rappresentare esseri non umani in rapporto col
mondo dei morti (non a caso i mamutthònes stanno in silenzio
e sono vestiti di colore scuro);
2) i mamutthònes portano la mastruca al rovescio, e gli isso'adòres
indossano al rovescio il corpetto: ebbene, sappiamo che il rovescio,
il contrario indica in numerose culture antiche e primitive il mondo
dei morti, dei capovolti;
3) gli spettatori catturati dalla fune degli isso'adòres,
se è vero quello che riferiscono alcuni autori, pagano un
riscatto simbolico: probabilmente questo avveniva per allontanare
la morte dalla propria persona.
Naturalmente, l’interpretazione che abbiamo provato a tracciare
vale solo se si immagina il rituale, che è conservato in
qualche misura nel carnevale di Mamoiada, immerso in una società
primitiva: una società in cui si praticavano l’agricoltura
e la pastorizia, in cui si dipendeva dal ritmo delle stagioni e
si aveva una religiosità elementare in base alla quale la
natura è dominata da forze (le si chiamino “spiriti”,
o “demoni”) che possono essere capite e controllate
dall’uomo.
Ancora poche considerazioni, per concludere. La
prima è che il carnevale è un fenomeno assai complesso,
che presenta in sé componenti eterogenee che si sono sovrapposte
nel corso del tempo. Senza dubbio, come è ammesso comunemente,
conserva anche un’antica componente agraria (si ricordi che
questo periodo coincide, più o meno esattamente, con l’inizio
dell’anno agrario): si ritiene, in altre parole, che nel carnevale
sopravvivano, come componenti primitive e col tempo defunzionalizzate,
rituali di fecondità e di rapporto col mondo dei morti che
erano propri soprattutto delle classi popolari, meno agiate, oppresse.
In particolare, il rapporto col mondo dei morti (inteso come insieme
di forze negative, demoniache) garantiva il rinnovamento della fecondità
e delle forze vitali. Va ricordato, poi, che anche nelle maschere
del carnevale, come quella che portano i mamutthònes (ma
pure in quella nera di Arlecchino), si vede, in generale, un’origine
infera o demoniaca. In precedenza si parlava della maschera ungherese
busó: ebbene, in essa si scorge un significato simile a quello
che si è proposto qui per i mamutthònes.
Vi è infine un ultimo elemento da sottolineare:
la Sardegna è stata romanizzata a partire dal 238 a.C., fatto
che è quasi banale ricordare, tanto è noto. Pochi
però evidenziano che questa è stata la data che ha
segnato anche l’inizio dell’indoeuropeizzazione della
Sardegna (gli Indoeuropei sono i progenitori dei Latini, dei Germani,
degli Slavi, dei Celti, degli Ittiti etc.: vogliamo dire che, prima
del 238 a.C., in Sardegna era presente, in larga misura, una cultura
preindoeuropea). Prima dell’arrivo degli Indoeuropei, portatori
di una civiltà androcratica e guerriera, esisteva in Europa
una civiltà matriarcale a sfondo agrario, che aveva come
grandi temi la fertilità, la morte e la rinascita della natura:
tali temi erano riassunti nella figura della Grande Dea o Dea Madre,
ampiamente diffusa in Europa (e in Sardegna) a partire dal paleolitico
superiore. Di questa Europa preindoeuropea è rimasta una
traccia mai scomparsa nelle credenze, trasmesse soprattutto da nonne
e da mamme, che riguardano sterilità e fertilità,
la fragilità della vita e la costante minaccia di distruzione,
il periodico bisogno di rinnovare i processi generativi della natura.
Neppure il cristianesimo è riuscito mai a soppiantare del
tutto queste credenze (sono tematiche sviluppate soprattutto dall’archeologa
lituana Marija Gimbutas, che qui abbiamo citato liberamente).
Ebbene: noi riteniamo che la sfilata dei mamutthònes,
in cui certamente sono presenti molte incrostazioni recenti, porti
un ricordo di quest’epoca antica della nostra civiltà.
Riferimenti bibliografici essenziali
• Furedi, Z., Ungheria – "Il carnevale di Buso",
in Sardegna Mediterranea, 8, 2000: 57-62;
• Gimbutas, M., Il linguaggio della dea, Milano 1990;
• Lupinu, G., "Riti agrari in Roma antica e nella Barbagia
attuale: i Salii ed i Mammuthones", in Quaderni Bolotanesi
20 (1994), pp. 319-333;
• Orrù, L. , Maschere e doni, musiche e balli. Carnevale
in Sardegna, Cagliari 1999;
• Paulis, G., "La scimmia maimone in Sardegna e nella
cultura marinaresca del Mediterraneo. Aspetti dell’influsso
egiziano in età tardoantica", in Quaderni di Semantica,
XII, n. 1, 1991: 53-79;
• Wagner, M. L., Dizionario etimologico sardo, Heidelberg
1960-64.
Giovanni Lupinu
Università di Sassari
Giovanni Lupinu (Sassari 1967) è ricercatore
universitario di glottologia presso la Facoltà di Lettere
e Filosofia di Sassari, ove insegna Glottologia e Glottologia e
linguistica della Sardegna.
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